L’uniforme scolastica è un simbolo di uguaglianza, obbedienza e ordine, elevata a oggetto di moda dalla cultura pop che, almeno a partire dagli anni 2000, la rielabora in modo ossessivo. Dal 2021 è tornata con forza, ed è nelle collezioni di Celine, Giuliva Heritage, APC, Wales Bonner, Dior, Balenciaga, Gucci, e altri.
In Inghilterra il problema più scottante è il prezzo stellare delle uniformi. Secondo The Children’s Society, l’uniforme costa in media £315 per alunno nella scuola primaria e £337 nella scuola secondaria. Le divise non sono una tradizione italiana, almeno dal dopoguerra in poi, e le uniche scuole in Italia che obbligano gli studenti a indossare un’uniforme sono quelle private.
Per la maggior parte dei genitori, il ritorno a scuola significa corse frenetiche alla nuova divisa, al nuovo diario e, per i fortunati, al nuovo zaino; ma per l’industria della moda e i figli dei ricchissimi la scuola è solo un’altra sfilata e, infatti, i marchi di lusso di tutto il mondo hanno lanciato collezioni per bambini incredibilmente costose. Mentre la maggior parte di noi, anche in un’ottica ecologistica farà riutilizzare ai propri figli i cappottini dei nipoti, delle sorelle e dei fratelli, i figli dei ricchissimi indosseranno trench Burberry e blazer Gucci in miniatura del valore di 500 euro cadauno. Il sublime Thom Browne, per esempio, ha debuttato una linea per mini-trendsetter che trasforma i bambini in gemelli creepy stile Shining.
Simbolo di ordine, prestigio e conformità, la divisa scolastica ha subito un’ascesa epocale nel corso degli ultimi anni. La rappresentazione della serietà e del rigore, limitato al solo rigido ambiente della scuola è stato stravolto per diventare uno stile trendy, tutto da copiare. Britney Spears è stata una delle prorompenti proclamatrici del nuovo stile da studentessa. La divisa che le vediamo indossare nel videoclip del singolo …Baby One More Time, nel 1999, ha contribuito a rimodellare, tra i giovani, la consueta idea di uniforme scolastica.
Storicamente, le prime uniformi scolastiche erano prettamente limitate ai soli uomini d’élite. Figli di imprenditori ricchi e benestanti, nei primi anni cinquanta, diffusero un accurato modo di vestire. Gli studenti dei college privati anglosassoni, come quello dell’Ivy League, da cui prende il nome, iniziarono a sfoggiare una divisa che doveva rispecchiare l’eleganza e il perbenismo ai quali erano abituati. Gilet, camicia immacolata, cardigan, blazer, pantaloni chino cachi, cravatte, giacche sportive in flanella. Uno stile unico per veri gentiluomini che trascorrevano il tempo tra club privati, lezioni di filosofia, allenamenti di canottaggio e partite di cricket.
Lo stile Ivy League venne soppiantato da quello hippie agli inizi degli anni sessanta, non prima di aver posto le basi per influenzare quelli che sarebbero stati lo stile dei Mod, la sottocultura giovanile londinese, e quello Preppy. Quest’ultimo è rimasto come stile preponderante dei rinomati college privati degli Stati Uniti. Lo stile preppy, rispetto a quello dell’Ivy League, si differenziava per il semplice ma chiassoso uso dei colori pastello. Polo, maglioni con scollo a “V”, camicie a maniche corte, golfini, bermuda colorati, mocassini, scarpe da vela, giacche in tweed e trench. Immancabili erano poi l’orologio da polso e la tracolla in cuoio.
L’estrema raffinatezza di queste particolari divise hanno spinto, nel corso degli anni, diversi marchi a rilanciare sul mercato articoli di provenienza “preppy”. Tra i più noti possiamo indicare senza dubbio Ralph Lauren, Burberry e Tommy Hilfiger.
Le uniformi scolastiche per le donne sono apparse solamente a partire dagli anni ’20, quando conquistarono, dopo anni, la possibilità di avvalersi finalmente di un’istruzione. Sebbene le prime divise femminili ricalcassero quelle maschili, negli anni ‘40, cominciarono a prendere piede delle uniformi proprie per sole ragazze. Le odierne divise, maggiormente diffuse nei paesi anglosassoni e latini, ricalcano quelle degli anni passati: le gonne a pieghe a motivi scozzesi, cardigan, camicette con colletto alla Peter Pan, calze e ballerine sono, oramai, all’ordine del giorno.
In Italia i nostri grembiuli blu con colletto bianco o quelli rosa e azzurro dell’asilo sono indossati dai bambini per sottolineare una certa linearità di stile, uguale per tutti. Il motivo dilagante dell’uso delle divise, però, è anche quello di prevenire il bullismo, un parassita non ancora sradicato, ma che si insinua ogni giorno tra i banchi di scuola. Vestire un unico e identico completo, eliminerebbe le differenze di estrazione sociale, considerata una delle principali cause di pregiudizio. La conformità nello stile, inoltre, limiterebbe le malelingue sul proprio personale stile di abbigliamento, a volte oggetto di scherno dei compagni.
L’uniforme che alcune scuole impongono di indossare come segno di rappresentanza, dunque, ha già ottenuto l’approvazione per essere riconosciuta come una tendenza da indossare anche fuori dagli istituti scolastici. C’è chi rimane classico, vestendo un maglione a collo alto e una gonna a pieghe, per sembrare più nerdy; c’è invece chi vuole stravolgere la sua divisa combinandola con più capi insieme. Insomma, alla fine, la divisa rimane sinonimo di etichetta e rigore.
Ricordiamoci, però, che la nostra vera divisa è quella che sfoggiamo nella vita di tutti i giorni, lontano dai banchi di scuola e con la quale offriremo al mondo la migliore visione di noi stessi.
Rosanna